Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Umbria e delle Marche
Webzine Sanità Pubblica Veterinaria: Numero 46, Febbraio 2008 [http://www.spvet.it/] ISSN 1592-1581
Documento reperibile all'indirizzo: http://www.spvet.it/arretrati/numero-46/002.html


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EPATITE VIRALE E (HEV): IL RISCHIO ZOONOTICO

Alini D.



Abstract. The work deals with the Hepatitis Virus (HEV), an RNA virus with unique filament belonging to the Hepeviridae family (it is the only member of the Hepevirus genus). Recently (also in industrialized countries), cases of infections by HEV have been signalled (not associates to travels of people in the endemic countries). The isolation of the responsible stocks, brought to the identification of a genomic sequence which is not similar to the ones belong to stocks found in the endemic Countries. All that leads to hypothesize that the virus has the tendency to endemize, transform his genetic outfit according to the environment in which he lives. One of the cause of the Hepatitis E in Man may be found in the infection by the HEV of animals, such as: what pigs, sheeps, cattle that represents vehicles in the transmission of the disease to the man.


Introduzione.
L'epatite virale E è una malattia virale a trasmissione oro-fecale con i caratteri clinici dell'epatite acuta, già conosciuta come epatite non-A, non-B, non-C. L'agente eziologico (HEV) è stato identificato nei primi anni '80 del secolo scorso. Questa malattia è ad oggi un importante problema nei Paesi in via di sviluppo, nei quali è frequentemente epidemica, ed è trasmessa principalmente attraverso acqua o alimenti contaminati. Recenti indagini hanno documentato casi sporadici anche nei Paesi industrializzati, inclusa l'Italia, in pazienti che non hanno viaggiato in aree endemiche (6, 22, 31, 34), e sono stati rinvenuti anticorpi anti-HEV in persone sane abitanti in Paesi ritenuti indenni da HEV (22). In campo veterinario, a partire dai primi anni '90 del secolo scorso, sono stati evidenziati anticorpi anti-HEV nel siero di diverse specie - primati non umani, suini, bovini, ovini, pollame, cani, gatti, roditori, in tutto il mondo, suggerendo la possibilità che queste specie possano infettarsi con virus simili ad HEV, e che possano fungere da reservoir dell'infezione (4, 13, 22, 31); contemporaneamente si avanza l'ipotesi che alcuni casi riportati in letteratura siano di origine zoonotica. Questa ipotesi è rafforzata dalla evidenziazione di casi di epatite E causati dal consumo di carni e visceri crudi o poco cotti, di suino, cinghiale, cervo, (Giappone, 2003), e da un recente caso riconducibile ad un maiale vietnamita detenuto come pet (Francia, 2005). La malattia viene oggi considerata una zoonosi emergente, e potrebbe anche essere, in un futuro molto prossimo, considerata malattia professionale.

Il Virus
Il virus dell'epatite E (HEV) è un RNA virus monofilamento, a polarità positiva (ha capacità di agire direttamente da mRNA) -ss+RNAv -, senza envelope, unico componente del genere Hepevirus, famiglia Hepeviridae. In precedenza, a causa delle strette somiglianze, venne classificato tra i Calicivirus. Cresce con difficoltà in vitro, per cui le informazioni disponibili sulla caratterizzazione dei ceppi sono state principalmente ottenute studiando l' RNA virale con tecniche biomolecolari (6). E' inattivato dal processo di cottura. Del virus si conosce 1 solo sierotipo, al quale appartengono 4 genotipi maggiori. Essendo un RNA virus risulta estremamente variabile geneticamente - il tasso medio di mutazione/genoma/replicazione di un RNAv è di 0.76, quello di un DNAv è di 0.0034, cioè circa 223 volte inferiore.

I quattro genotipi sono:

a) G 1, classificato in 5 sottotipi (1a, 1b, 1c, 1d, 1e), è stato isolato nelle regioni tropicali e subtropicali di Asia e Africa.

b) G 2, classificato in 2 sottotipi (2a, 2b), è stato isolato in Messico, Nigeria, Ciad.

c) G 3, classificato in 10 sottotipi (3a, 3b, , 3i, 3j), è quello a più larga diffusione, essendo stato isolato in tutto il mondo esclusa l'Africa.

d) G 4, classificato in 7 sottotipi (4a,, 4g), è stato isolato solo in Asia. Riassumendo, ad oggi abbiamo un sierotipo, quattro genotipi, ventiquattro sottotipi, di HEV (16).

Il primo ceppo animale di HEV venne identificato e caratterizzato negli USA (1997), e venne chiamato HEV suino; esso apparteneva al genotipo 3 e presentava un alto livello di omologia con alcuni ceppi umani autoctoni (22). A partire da questa data sono stati identificati altri ceppi suini nei Paesi industrializzati, tutti appartenenti ai genotipi 3 e 4, che spesso sono in stretta correlazione con i ceppi che causano i casi sporadici di malattia nell'uomo in questi Paesi. Recentemente sono stati effettuati isolamenti da roditori e polli. In Nepal l'analisi filogenetica degli isolati di HEV murino ha dimostrato l'esistenza di una stretta correlazione tra i virus umani e quelli dei roditori (95% di omologia nucleotidica e 98% di omologia aminoacidica) (13) . Il virus aviario è geneticamente correlato, ma distinto dagli altri ceppi HEV, ed è stato associato alla sindrome epatite-splenomegalia del pollo. Questo virus mostra una relativamente bassa omologia nucleotidica con i ceppi umani conosciuti e con quelli suini (40-60%), ciononostante esiste reattività crociata con il capside dei due virus da parte degli anticorpi specifici anti HEV aviaria: ciò depone per l'esistenza di determinanti antigenici (epitopi) comuni (11). Ad oggi non è chiaro se si tratti di un nuovo genotipo di HEV, o se debba essere considerato un parente "alla lontana" dei virus umani e suini.

L'infezione nell'Uomo.
Questa infezione è presente in forma endemica ed occasionalmente epidemica nei Paesi in via di sviluppo - aree tropicali e sub tropicali di Asia, Africa, Medio Oriente, America centrale e meridionale. I focolai di HEV sono frequentemente successivi a grandi piogge e/o alluvioni, quando le fonti idriche sono con maggior probabilità soggette a contaminazione fecale; non sembra essere comune la trasmissione diretta (6).
Oggi si ritiene che infezione e malattia siano presenti anche in alcuni Paesi industrializzati (Europa, Giappone, U.S.A.), anche in persone che non hanno viaggiato in aree a rischio, come evidenziato da alcune indagini.
In Francia (2001-02), nell'area Midi - Pyrenees, in pazienti con epatite acuta, si è rilevata la presenza di Ig G anti-HEV nel 10 % dei campioni esaminati (in un altro 3.9% l'esito è risultato dubbio). La PCR e l'analisi filogenetica hanno portato a concludere per l'esistenza di un ceppo, appartenente al genotipo 3, circolante in questa area geografica (18). In un altro caso (GB, 2000), una paziente con sintomi di epatite acuta, che presentava frammenti di RNA del virus HE, risultò che non aveva effettuato viaggi negli ultimi dieci anni, e che non aveva avuto contatti con animali da compagnia e/o da allevamento; risultò non essere vegetariana, ed essere, al contrario, abituale consumatrice di salsicce e bacon crudi, ma risultò anche che non ne aveva assunti nei tre mesi precedenti l'insorgenza della malattia. Per quanto riguarda l'RNA estratto, la sequenza aminoacidica risultò identica (100%) a quella dei due ceppi suini presenti sul territorio (3).
Riscontri analoghi si sono avuti negli U.S.A. (21, 30), in Olanda (30), in Spagna (24), in Cina (14), in Italia (33, 34). In ogni caso la fonte di infezione in questi Paesi non è nota, ma si rafforza sempre più l'ipotesi che si tratti di una zoonosi.

La malattia è acuta -a differenza di altre epatiti virali non tende a cronicizzare - e generalmente auto limitante, ma alcune volte possono sopravvenire gravi complicazioni ed un alto tasso di mortalità, specialmente nelle donne in gravidanza (circa nel 20% dei casi, e soprattutto nel primo trimestre, 23), oppure presentarsi in forma fulminante.
Alcuni ceppi di HEV, associati a casi sporadici di epatite acuta, isolati da campioni di siero umano in Nord America ed Europa (Italia, Grecia, Spagna, Gran Bretagna) formano un gruppo geneticamente divergente se comparato con i ceppi presenti nei Paesi in cui HEV è endemico: questa evidenza porta a pensare che il virus presenti degli endemismi, legati in quanto tali ad un ambito territoriale limitato.
Diverse indagini sieroepidemiologiche hanno rilevato una alta prevalenza di anticorpi anti HEV in una significativa proporzione di individui sani (5 - 20%, compresi dei donatori abituali di sangue), nei Paesi industrializzati; questo fatto suggerisce la presenza dell'infezione, anche se a livello subclinico. L'alto livello di igiene presente in queste regioni previene l'evenienza di epidemie, e perciò la malattia risulta sporadica.

In Italia si può quantificare la prevalenza delle infezioni da HEV nel 10% dei casi di epatite non-A, non-B, non-C. La maggior parte di questi è associabile a viaggi in aree endemiche, e vengono evidenziati al ritorno del viaggio stesso. Anche nel nostro Paese è stata isolata una nuova variante virale nelle feci di un paziente che non aveva effettuato viaggi, né aveva avuto contatti con individui associabili ad aree endemiche; questo ceppo è risultato geneticamente diverso da quelli isolati in altri Paesi, mostrando una relativa omologia nucleotidica solo con i ceppi americani del genotipo 3: di conseguenza è stato considerato ceppo autoctono (33, 34).

La presenza di anticorpi anti HEV è stata rilevata in diverse regioni, con range di prevalenza tra 1% e 5%, che risulta più alto nelle regioni meridionali per una serie di motivi, i più importanti dei quali sono: la maggiore incidenza di patologie a trasmissione oro-fecale; la posizione di vicinanza con le aree endemiche - HEV circola diffusamente nell'area mediterranea -; l'aumento costante delle migrazioni umane da Paesi in via di sviluppo; la consuetudine di consumare molluschi bivalvi crudi (5).

L'infezione negli animali.
Anticorpi anti-HEV sono stati evidenziati nei suini, nei ratti, nei topi, nelle scimmie, nelle aree in cui l'epatite è endemica; nei suini, nei bovini, negli ovini, nel pollame, nei cani , nei gatti, nei roditori , nei primati non umani, praticamente in tutto il mondo.
Dato per assunto che HEV ha una notevole capacità di jumping - come è documentato dalla trasmissione di virus suino ai primati non umani ed all'uomo, e di virus umano ai suini -, si esaminano di seguito alcuni aspetti relativi ad HEV nel suino, nei roditori, nel pollame.

Suino. L'infezione è presente in tutto il mondo. Da quando è stata identificata (1997) sono stati isolati diversi ceppi virali in diverse parti del mondo: in Gran Bretagna (16), in Olanda (30), in Cina (14), negli U.S.A. (31), in Nepal (30), a Taiwan (22), in Corea (20), in Canada (20).
In Spagna (24) si è avuto un riscontro indiretto, in quanto si è isolato il virus analizzando i reflui di un macello di suini; lo stesso tipo di analisi è stato svolto analizzando i reflui di allevamento: la prevalenza relativamente elevata negli allevamenti commerciali fa pensare ad una larga diffusione del virus nella popolazione suina di questo Paese. I ceppi suini, soprattutto quelli isolati nei Paesi industrializzati, sono stati spesso messi in relazione con quei casi umani per i quali è risultata sconosciuta la fonte di infezione (22). Nei Paesi in cui è stato identificato il virus e sono state effettuate indagini sierologiche, è stata rilevata la presenza di anticorpi anti-HEV nella maggior parte dei suini superiori a 3 - 4 mesi di età, con prevalenze anche superiori all'80% nei due mesi successivi (4, 8, 221, 30); i suini inferiori a due mesi di età sono risultati sieronegativi o debolmente positivi, e sopra i sei - sette mesi si ha in linea di massima la rinegativizzazione.
Le prevalenze stimate in diversi Paesi sono: 91-100% negli U.S.A. ed in Nuova Zelanda, 75-80% in Germania, 65-85% in Gran Bretagna, 30% in Cina, 25% in Olanda (4).
Non sono disponibili dati sieroepidemiologici riferiti alla situazione italiana, nonostante lo sviluppo della suinicultura. Anche nel suino si ritiene che il ciclo orofecale sia la via elettiva di trasmissione dell'infezione, e non è stata evidenziata trasmissione verticale; la trasmissione diretta, dimostrata sperimentalmente, va a dimostrare la potenziale contagiosità del virus.

Come nel caso dell'uomo è poco chiaro in quale modo il virus raggiunga il fegato e quali siano i siti primari di replicazione; dopo infezione sperimentale i. v. è stato possibile, mediante PCR, rinvenire RNA virale in diversi tessuti extraepatici, anche in assenza di viremia, per oltre 20-27 giorni post infezione. La forma replicativa del virus - il filamento negativo - non è stata rinvenuta solo nel fegato, ma anche e soprattutto nell'intestino e nei linfonodi (5). La viremia può durare circa 2 settimane, ma il virus può essere evidenziato più a lungo nelle feci (3 - 4 settimane); la sieroconversione si rende evidente circa 2 - 3 settimane p. i. (6, 7).

Roditori. Alcuni lavori effettuati negli U.S.A. hanno permesso di evidenziare la presenza di anticorpi anti-HEV in roditori (Rattus, Mus, Peromyscus) catturati sia in aree rurali che in aree urbane (9, 17). Il dato interessante emerso da queste indagini è che la prevalenza è risultata più elevata nei soggetti catturati nelle aree urbane/metropolitane (New York City, Baltimora, Miami, Atlanta, New Orleans), con un valore medio di 60.5%, piuttosto che in quelli catturati nelle aree rurali, con un valore medio di 26.5%.
L'alta prevalenza rilevata indica un alto tasso di infezione da HEV o da virus simile cross-reattivo (che avrebbe dato reazioni di falsa positività): quest'ultima evenienza è ritenuta però improbabile, dopo che in Nepal è stato isolato un ceppo di HEV da roditori, con sequenze simili a quelle ottenute dai pazienti con infezione da HEV in quel Paese (30). L'alta prevalenza di sieropositivi, la loro diffusione generalizzata, la consistenza dei rilievi sierologici, supportano l'ipotesi che i anche i roditori possano fungere da reservoir del virus, soprattutto nei confronti degli animali d'allevamento (specie nei Paesi industrializzati) , ma anche nei confronti dell'uomo laddove sussistono condizioni di promiscuità e di carenza di igiene diffuse: in presenza di questi fattori potrebbe anche verificarsi una circolarità di trasmissione e di mantenimento dell'infezione nell'ambiente coinvolgente uomo - animale da allevamento - roditori, con la concreta possibilità che si producano delle varianti virali, ed anche con un indubbio aumento del rischio di jumping e di trasmissione/diffusione interspecifica.
Si osserva infine che Rattus norvegicus è associato a diverse infezioni zoonotiche come la peste, la leptospirosi, il tifo murino (o tifo endemico da pulci, da Rickettsia mooseri), alcune malattie da Hantavirus.

Pollame. Da pochi anni (2001) è stato scoperto un nuovo ceppo animale di HEV, il quale causa nel pollame allevato negli U.S.A. la Sindrome epatite - splenomegalia (HS syndrome). Esso è antigenicamente correlato ai ceppi umani e suini conosciuti e ad un virus aviario presente in Australia - Australian chicken big liver and spleen disease virus (BLSV). A differenza del ceppo suino che causa solo infezioni subcliniche, il virus aviario è associabile ad una sindrome che provoca aumento dei tassi di mortalità negli allevamenti di polli e nelle galline in deposizione (tra 30 e 72 settimane di età), e calo di deposizione superiore al 20%. Si evidenziano lesioni anatomopatologiche quali regressione ovarica, epatosplenomegalia, necrosi epatica, presenza di liquido emorragico in cavità addominale.
Il virus è stato identificato sia in soggetti con sindrome clinicamente evidente, sia in soggetti sani (26). Anche il ceppo aviario ha la capacità di "saltare" la barriera di specie; infatti è stato provato che può infettare il tacchino.
Il prossimo obiettivo della ricerca in questo campo sarà quello di stimare il range di ospiti suscettibili a questo ceppo ed il suo potenziale rischio zoonotico.

Il rischio zoonotico.
Nella storia della ricerca su HEV sono emerse prove che conducono all'ipotesi dell'esistenza di un rischio zoonotico e la consolidano, prima tra tutte la scoperta di anticorpi anti - HEV nel siero di specie animali diverse, in tutte le parti del mondo. In seguito l'analisi filogenetica dei virus isolati nelle diverse specie ha permesso di evidenziare correlazioni aminoacidiche, nucleotidiche, antigeniche tra di loro, ed importanti correlazioni tra questi ed il virus umano. Queste correlazioni sono particolarmente evidenti tra i ceppi umani e quelli suini, i quali non raramente risultano geneticamente identici.
Approfondendo ulteriormente le indagini, si è constatato che esiste una netta territorialità di HEV: il ceppo animale isolato in una determinata regione risulta strettamente correlato con il ceppo umano presente nella stessa regione, e viceversa, ma presenta anche significative divergenze con i ceppi isolati in altre regioni (4, 13, 22).

L'esistenza di un rischio zoonotico è supportata da altre prove, di seguito riportate. L'isolamento in aree endemiche (Nepal, 1995) di ceppi umani dalle feci di suini domestici viventi a stretto contatto con persone infette (6). La capacità di HEV di saltare le barriere di specie, confermata da infezioni sperimentali HEV umano/primati, HEV del pollame/tacchino, HEV suino/primati, HEV suino/uomo (6, 10, 13). I ceppi HEV animali causano infezioni subcliniche - eccetto quelli aviari - , ma considerando la loro alta variabilità genetica, non è da escludere che alcuni siano naturalmente più virulenti di altri, ed anche che si possa avere un comportamento simile a quello del virus dell'influenza aviaria, che in certe condizioni ospite-correlate può passare da un livello di bassa patogenicità (LPAIV), ad uno di alta patogenicità (HPAIV).

Una evidenza diretta che il suino - e probabilmente altre specie animali - possono infettare l'uomo, si è avuta in Giappone, dove alcuni casi di epatite E sono stati associati al consumo di carni e visceri crudi o poco cotti, di suino, cinghiale, cervo, 15-50 giorni giorni prima dell'insorgenza dei sintomi, come risulta dalle indagini epidemiologiche svolte (15, 19, 28, 29).
Questi avvenimenti non a caso sono stati riscontrati in Giappone: in questo Paese infatti è abitudine alimentare consolidata il consumo di pesce crudo (sashimi, sushi) e, anche se meno frequentemente, di carne cruda (incluso il fegato di alcuni mammiferi). Queste abitudini possono almeno parzialmente spiegare la situazione di "endemicità nascosta" o "criptica" dell'infezione da HEV in Giappone (19). La casistica riportata in letteratura e riferita al Giappone è molto varia: un caso coinvolgente due persone, di cui una deceduta, fu dovuto al consumo di fegato di cinghiale poco cotto (15); altri furono dovuti al consumo di carni di cervo poco cotte (28).

A titolo esemplificativo si descrivono brevemente due situazioni ritenute interessanti. La prima è un caso legato al consumo di carne di cinghiale cacciato (15): la paziente consumò una prima volta la carne come componente di un "hot pot" (piatto simile alla fondue bourguignonne, nel quale la carne viene "cotta" al momento del consumo, immergendola in una pentola in cui sobbollono peperoncini, spezie, verdure) 11 settimane prima dell'insorgenza dei sintomi, e una seconda volta grigliata, 3 settimane dopo. Quest'ultima volta il pasto venne consumato insieme ad altre 10 persone, nessuna delle quali presentò malattia.

La paziente non aveva effettuato viaggi negli ultimi 30 anni.
Vennero analizzate delle porzioni avanzate dei due pasti (congelate dalla paziente all'atto della preparazione) e venne evidenziata una identità nucleotidica del 99.95% tra il virus isolato dalla carne consumata la seconda volta, ed il virus isolato dalla paziente. La conclusione fu che l'infezione venne trasmessa dalla carne grigliata. Una osservazione interessante che può essere effettuata è che una sola persona su 11 presentò malattia, e quindi potrebbe essere che anche la sensibilità individuale abbia un ruolo importante nella evoluzione dell'infezione - subclinica, clinica, fulminante.
La seconda situazione prende le mosse da 9 casi di epatite E dovuti a consumo di fegato suino grigliato o poco cotto. Vennero effettuate analisi virologiche sul fegato posto in vendita nei negozi dell'isola di Hokkaido: il 2% dei campioni analizzati risultò positivo alla ricerca dell'RNA virale.Da notare che uno dei pazienti aveva consumato fette di fegato fritto per sette giorni consecutivi (32).

Per quanto riguarda l'Italia, esiste un lavoro svolto a Catania tra il 1980 ed il 1994 (5) nel quale si evidenzia il rischio HEV (oltre che HAV, salmonella,..) rappresentato dal consumo di molluschi bivalvi crudi o poco cotti.

Un recente caso di epatite E in Francia (2005) (25), in cui il paziente, abitante in area urbana ed al riparo da fattori di rischio (no viaggi in aree a rischio da almeno 1 anno, no alcool, no droghe i.v., no consumo di carne suina cruda/poco cotta), 8 settimane prima dell'insorgenza dei sintomi aveva acquistato un maiale vietnamita di 3 mesi di età, nato in Francia. Questo animale urinava e defecava all'esterno dell'abitazione, ed il proprietario cambiava frequentemente la lettiera; l'animale era comunque spesso in casa ed altrettanto spesso veniva in contatto con il proprietario. Le analisi effettuate sugli isolati di uomo e pet hanno evidenziato due virus appartenenti al genotipo 3 con una omologia nucleotidica del 92%, ed aminoacidica del 98%. La divergenza nucleotidica osservata tra le due sequenze (8%) è nel range di omologia dei 10 sottotipi del genotipo 3 (90-94%) e depone per la estrema variabilità del virus, che fa parlare di "quasispecie" virali. A differenza dei casi di infezione trasmessi da alimenti precedentemente descritti, nei quali l'omologia era praticamente identità (= tutte le "quasispecie" trasmesse), in questo caso non tutte lo sono state; probabilmente la diversa via di trasmissione potrebbe avere attivato un fenomeno di selezione delle varianti con maggior potenziale zoonotico. E' evidente che in questo caso si può parlare di trasmissione diretta dell'infezione, visti i contatti frequenti uomo/animale e uomo/deiezioni dell'animale.

Conclusioni.
E' fuori di dubbio che lo spostamento "veloce" di uomini e animali in nuove aree (migrazione, travel people, commercio) e l'incremento dei contatti tra uomo ed animali sono due dei fattori che portano all'emergenza/riemergenza di zoonosi, in quanto viene favorito il contatto con nuovi agenti patogeni veicolati da animali infetti; è altrettanto indubbio che l'emergenza di una zoonosi deve essere valutata anche alla luce dei progressi nella ricerca, che permettono l'identificazione di nuovi agenti infettivi e di nuove malattie (2).
Da quanto succintamente esposto è chiaro che HE può essere considerata una zoonosi emergente, che si presenta interessante in quanto, avendo essenzialmente un ciclo orofecale, può presentarsi come infezione/malattia trasmessa direttamente, piuttosto che a trasmissione alimentare.
Il reservoir principale del virus sembra essere il suino, anche se non va trascurato il ruolo che assumono i roditori in determinate situazioni socio-ambientali.

L'infezione può essere trasmessa per via alimentare, per consumo di carni infette. Questa modalità di trasmissione è poco frequente in Italia, poiché il virus è inattivato dal processo di cottura e molto raramente si consumano carni crude o poco cotte di suino e/o selvaggina, ed anche perché il virus è presente nel suino solo sotto i 5-6 mesi di età, quindi ai limiti dell'età di macellazione, per i suini "da macelleria", e sicuramente sotto l'età di macellazione per quelli da salumeria (SPI). Nel caso del suino leggero da macelleria non può essere esclusa l'eliminazione fecale del virus, pertanto il rischio professionale può sussistere anche per gli addetti alla macellazione.
Occorre tenere in considerazione anche il rischio di contaminazione delle acque (di irrigazione, ad uso umano, di balneazione) dovuto all'immissione nell'ambiente dei reflui di allevamento, nel caso di circolazione del virus tra i suini. La contaminazione delle acque di irrigazione, così come lo spargimento dei liquami nei campi coltivati, può portare a contaminazione dei vegetali coltivati, come nel caso della epatite A; lo scarico di reflui contaminati nelle acque libere può portare a contaminazione delle aree balneabili e dei molluschi bivalvi allevati in prossimità di questi scarichi.

Un'altra via di trasmissione dell'infezione è quella da contatto con animali infetti. In questo caso si può configurare la possibilità di una malattia professionale per coloro i quali hanno stretti contatti con i suini infetti in fase viremica o in fase di escrezione fecale del virus - allevatori, veterinari, addetti di stalla -, come posto in risalto da ricerche epidemiologiche effettuate negli U.S.A.che hanno permesso di concludere che l'infezione da HEV rappresenta un rischio professionale al pari della leptospirosi (22). Questa risultanza conferma l'utilità di monitorare la presenza di HEV negli allevamenti suini ed in quelli di cinghiali e ungulati selvatici, ed anche l'utilità di effettuare indagini genetiche ed epidemiologiche sul virus per poter determinare il livello di rischio per la trasmissione zoonotica e la diffusione dell'infezione (6); non si può escludere la possibilità di trasmissione indiretta tramite strumenti o utensili contaminati da feci infette. Per queste ragioni assumono grande rilievo le procedure di igiene e di biosicurezza da adottare negli allevamenti per minimizzare il rischio.
Anche gli animali da compagnia, specialmente quelli "emergenti" ed esotici come alcuni roditori ed il maiale vietnamita precedentemente citato, possono costituire un rischio per i loro detentori, a causa del costante contatto diretto sia con l'animale che con le sue deiezioni.

Un problema che deriva dalla capacità di jumping e dalla estrema variabilità genetica che possiede questo virus è legato agli xenotrapianti. Per questa pratica occorre trovare organi animali aventi il massimo di istocompatibilità con l'uomo: i primati non umani ed il suino possiedono questa caratteristica, che permette di far tendere a zero le reazioni di accettazione/rigetto da parte del ricevente.
E' anche necessario evitare l'introduzione di nuove infezioni trasmesse dall'organo impiantato, quali ad esempio CeHV-1 (herpes virus dei cercopitechi), SIV, gli Spumavirus, i Retrovirus endogeni, ed altri virus per quanto riguarda i primati (1), mentre i trapianti con organi suini possono veicolare infezioni da retrovirus endogeni (PERV), e da HEV (1, 6, 22). Dati di una ricerca giapponese confermano che il virus HE circola negli allevamenti di suini utilizzati per la sperimentazione, e di conseguenza è indispensabile che gli animali donatori siano effettivamente patogen free. Infatti il problema è che virus apatogeni o moderatamente patogeni per la specie ospite naturale possono diventare molto patogeni per la specie ricevente, a causa del jumping, della ricombinazione genetica, o dell'adattamento in un organismo immunocompromesso per lo xenotrapianto, e per il trattamento anti rigetto.

La natura enzootica dell'infezione nel suino in diversi Paesi, e la capacità del virus di saltare le barriere di specie, accrescono le preoccupazioni riguardo alla possibilità di trasmissione zoonotica e di sicurezza ambientale ed alimentare. Il range di ospiti naturali non è del tutto conosciuto, ed i casi giapponesi associati al consumo di carni di selvaggina indicano che anche specie animali selvatiche, soprattutto suidi e ruminanti, devono essere considerate nella catena epidemiologica della malattia.

Nonostante le implicazioni di sanità pubblica di questa zoonosi emergente, in Europa sono scarse le informazioni circa la presenza e la circolazione del virus negli allevamenti suini o in altre specie. E' noto che in Gran Bretagna, in Spagna, ed in Olanda, il virus circola attivamente negli allevamenti. Se si accetta la possibilità di trasmissione zoonotica, è chiaro che a più elevata prevalenza dell'infezione negli animali, corrisponde maggiore rischio di trasmissione all'uomo. Per questa ragione si ritiene utile la valutazione della presenza del virus nelle aziende suinicole, così come può essere utile monitorarla nei reflui di allevamento e di macellazione, ed anche monitorare la presenza del virus nelle popolazioni selvatiche. Altrettanto interessante è la valutazione della prevalenza dell'infezione negli allevamenti di suidi e ruminanti selvatici . Tutto ciò può essere un primo ed utile passo per la valutazione del rischio zoonotico, e dell'impatto ambientale, di questa infezione emergente anche nel nostro Paese.

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